Per la festa di Tanabata, il settimo giorno del settimo mese – per meglio dire, la settima notte – i giapponesi appendono poesie di desiderio e d’amore ad eleganti ciuffi di bambù e rami d’albero. Perché questa è la notte magica in cui i sogni si avverano: un ponte palpitante di gazze si distende sul fiume del cielo e in questa notte – in quest’unica notte – possono finalmente incontrarsi e abbracciarsi la Tessitrice e il Bovaro, gli innamorati eterni, separati per volontà divina ed obbligati in tutti gli altri giorni dell’anno a lavorare sulle due rive opposte, spasimando e anelando di lontano.

Io appenderei questa poesia, scherzosa ma non troppo nel suo tono disilluso che la fa sembrare scritta da una Dorothy Parker del settimo-ottavo secolo:
Komu to iu mo
konu toki aru wo
koji to iu wo
komu to wa mataji
koji to iu mono wo
Qualche volta dici ‘vengo’ e non vieni.
Ora hai detto che non verrai,
ma io non mi aspetto che tu venga
solo perché hai detto ‘non vengo’.
Man’yōshū, IV-527, trad. di Ikuko Sagiyama.
Tanka attribuito a Ōtomo no Sakanoue no Iratsume 大伴坂上郎女 (C. 695-750), rivolta a suo marito Fujiwara no Maro.



